La violenza psicologica sulle donne: un mostro dalle tante facce.
Il fenomeno della violenza contro le donne ha assunto dimensioni tali da poter essere considerato una vera e propria piaga sociale.
I fatti drammatici che la cronaca porta alla luce ogni giorno evidenziano chiaramente come la violenza sia un problema trasversale a tutti gli strati economici, sociali e culturali, senza distinzione di età, religione e razza.
Secondo l’Onu la violenza degli uomini rappresenta la prima causa di morte ed invalidità permanente delle donne, che ne subiscono gli effetti devastanti, diretti ed indiretti, sul piano fisico, psicologico, economico e sociale.
Nonostante i media e le istituzioni abbiano iniziato a prestare maggiore attenzione rispetto al problema, mi rendo conto, parlando quotidianamente con uomini e donne, che purtroppo questo non basta né a contrastarlo, né tantomeno a garantire un livello di informazione sufficientemente efficace ad individuare e comprendere le dinamiche alla base della sua insorgenza e del suo funzionamento: se ne parla, ma come se ne parla?
La complessità di tale fenomeno sta nel fatto che affonda le sue radici nella profondità del contesto sociale e culturale, essendo strettamente legato a quegli stereotipi di genere responsabili di approvare e “normalizzare” dinamiche relazionali tra uomini e donne rigide, scompensate e disfunzionali, ma anche di influenzare il nostro modo di pensare rispetto a ciò che è giusto e lecito vivere all’interno di una relazione e ciò che invece è aberrante ed intollerabile.
Contrariamente al pensiero comune, infatti, i dati statistici affermano con forza come la violenza contro le donne si manifesti soprattutto all’interno di quei rapporti dove è presente un coinvolgimento affettivo o personale (famiglia, coppia, lavoro): il colpevole è raramente uno sconosciuto, il colpevole è nella grande maggioranza dei casi il partner, l’ex partner, il datore di lavoro, il collega.
Lo stesso concetto di violenza è permeato da queste credenze comuni e condivise; è ancora fortemente radicata la convinzione che la violenza contro le donne sia legata all’atto dello stupro (sessuale) o dei maltrattamenti fisici (violenza fisica), senza considerare come in realtà la violenza sia un “mostro dalle tante facce”, che trova modi e forme di manifestarsi subdoli e perversi, che agiscono senza lasciare lividi sul corpo, ma che procurano alla vittima che li subisce effetti devastanti e distruttivi a livello psicologico, emotivo e relazionale.
La violenza psicologica rappresenta la forma più perfida e sottile della violenza, perché si manifesta in modo invisibile, perché non lascia segni evidenti e scientificamente documentabili, perché mira a disintegrare ed annientare lentamente e gradualmente la vittima, facendole perdere la capacità di valutare criticamente e consapevolmente la sua condizione. Se nelle sue forme più gravi è quindi un tentativo di distruzione psicologica della persona, nelle sue forme meno forti è comunque un modo per evidenziarne l’inferiorità, è una mancanza di rispetto finalizzata a lederne l’integrità, fino a farle perdere la coscienza del proprio valore e a farla sprofondare in una condizione di estrema impotenza.
Spesso la violenza psicologica non viene neppure riconosciuta come tale, perchè viene banalizzata, sminuita o mascherata da altri significati, motivazioni e giustificazioni: “mi fa male, ma comunque mi vuole bene oppure lo fa per il mio bene”.
È fondamentale riconoscere che chi ama non esercita nessuna forma di violenza sull’altro e che una relazione affettiva sana non si basa né sul potere né sul possesso!
La violenza psicologica è talmente diffusa che è possibile affermare che tutte le donne l’ abbiano sperimentata in prima persona almeno qualche volta nella loro vita, in modo più o meno grave e con diverso grado di consapevolezza rispetto alla situazione, a sé stesse e al loro valore come persone.
È quindi necessario che le donne imparino ad individuare quei segnali che stabiliscono cosa sia lecito accettare in una relazione e cosa invece sconfini in dinamiche disfunzionali e devianti, che non possono e non devono essere tollerate.
La violenza psicologica è tutto ciò che si esprime con i seguenti modi e le seguenti strategie:
- con gesti o con parole: svalutare, denigrare, disprezzare, deridere, umiliare, screditare, considerare una persona inadeguata (per es. come madre, come figlia, ma anche come partner, come donna)
- coercizione, privazione della libertà personale, sequestro, ipercontrollo, violazione della privacy
- indifferenza, trascuratezza, noncuranza, esclusione, abbandono, rifiuto dell’ascolto
- isolare una persona (impedirle di uscire, di andare a scuola, in chiesa, al lavoro, di vedere amici o famigliari, toglierle il telefono, privarla dei documenti di identità)
- danneggiare cose, animali o, peggio, persone care alla vittima, o anche minacciare di farlo
- gelosia patologica, vissuta come offesa, sgarro, ossessione
- ricattare, tradire la fiducia, manipolare, truffare (anche le menzogne reiterate e gravi sono una forma di violenza, se significano mancare di rispetto all’altro).
- colpevolizzare una persona, instillarle senso di colpa, vero o presunto.
- compiere abusi nelle punizioni, nella correzione e disciplina (a scuola, in famiglia, sul lavoro, ma anche in una casa di riposo, per es.)
- stalking, persecuzione, ossessioni, intimidazioni sul posto di lavoro, mobbing
Come già accennato precedentemente, la violenza psicologica, pur non lasciando segni evidenti sul corpo, danneggia profondamente la salute psico-fisica della donna che la subisce e la espone a rischi sempre maggiori perché lentamente la vittima si abitua a sopportare queste vessazioni aumentando la sua soglia di tolleranza. La donna, infatti, inizia a svalutarsi, ad assumere il punto di vista di chi la umilia, vedendo se stessa come un essere incapace, inutile e meritevole delle angherie subite; questa sovrapposizione di vedute genera una confusione che le impedisce di valutare oggettivamente la sua situazione e comprendere quali siano le sue reali esigenze, acuendo il senso d’impotenza e bloccando la sua capacità di recuperare le risorse necessarie per reagire e liberarsi dalla condizione di schiavitù psicologica nella quale si è lentamente inabissata.
Gli effetti diretti ed indiretti provocati dalla violenza psicologica sono gravi e molteplici:
- Depressione e ansia
- Rabbia e eccessiva irritabilità
- Fobie e attacchi di panico
- Disturbi del sonno e della memoria
- Scarsa autostima
- Disturbi dell’alimentazione
- Abuso di alcool e droghe
- Disturbi psicosomatici e fisici
- Inattività fisica, abulia
- Distacco emotivo (la vittima è come anestetizzata, distaccata dal suo corpo, per non sentire il dolore che la violenza provoca)
- Disperazione
- Disturbo post-traumatico da stress (rivivere il trauma, stati dissociativi, perdita del senso della realtà, incapacità di concentrazione, depersonalizzazione, mania di persecuzione, amnesia…..)
- Comportamento autolesionista grave
- Omicidio
- Suicidio
Lentamente e progressivamente la vittima di violenza psicologica recide tutti i legami con il suo contesto relazionale a causa della vergogna e del terrore delle minacce del suo carnefice, fino a sprofondare in uno stato di isolamento totale che non le consente più di poter chiedere aiuto.
L’isolamento è un aspetto peculiare della violenza perché innesca un meccanismo relazionale patologico e perverso, che sortisce in una dipendenza ancora più stretta e vincolante della vittima dal suo aguzzino.
La violenza psicologica non fa meno male di quella fisica, anzi, ne è sempre il preludio e la fedele compagna; comprendere quali segnali rappresentino i campanelli d’allarme è fondamentale per aiutare a combatterla, ma non è sufficiente: bisogna cambiare il modo di vedere ed intendere le dinamiche alla base delle relazioni fra i generi. Per fare questo è necessario il coinvolgimento di entrambe le parti: le donne certamente, ma soprattutto gli uomini, che per primi dovrebbero iniziare a riflettere responsabilmente e consapevolmente sul loro ruolo.
Dr.ssa Nadia Mortara
Psicologa psicoterapeuta
