La dipendenza affettiva: quando l’amore distrugge
“Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo.
Quando giustifichiamo il suo malumore, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza,
o li consideriamo conseguenza di un’infanzia infelice, stiamo amando troppo.
Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare
ma ci adattiamo pensando che noi saremo abbastanza attraenti e affettuose lui vorrà cambiare per amore nostro, stiamo amando troppo.
Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza,
stiamo decisamente amando troppo.”
Tratto da “Donne che amano troppo” di R. Norwood
L’amore è un bisogno fondamentale dell’essere umano. Nell’infanzia ricevere cure e affetto è una condizione indispensabile per formare una personalità armonica sul piano psicologico ed emotivo.
Una relazione d’amore sana, basata sul giusto equilibrio tra il dare e ricevere rappresenta una fonte di crescita, benessere e gratificazione.
Quando però l’amore diventa un legame che imprigiona e stringe al punto da arrivare alla negazione del sé e alla schiavitù psicologica nei confronti dell’altro, allora si trasforma in un amore malato, in una forma di dipendenza affettiva.
La dipendenza affettiva nutre e rinforza nella persona che ne è affetta l’atteggiamento negativo verso sé stessa, che si esprime con il pensiero “io sono cattivo, gli altri sono buoni, mi trattano male per colpa mia, devo cercare di accattivarmeli” (M. Selvini Palazzoni, S. Cirillo, M. Selvini, A. M. Sorrentino, 1998).
Questa autosvalutazione la porta a non riconoscere i suoi reali bisogni o comunque a subordinarli a quelli del partner, che diventa il centro della sua esistenza; la sensazione di inadeguatezza che la caratterizza alimenta la convinzione che per ricevere amore sia necessario essere sempre amabili, diligenti e sacrificarsi totalmente per il partner.
Questa forma patologica, presente in larghissima percentuale nella popolazione femminile (99% dei casi), presenta alcune caratteristiche che l’accomunano ad altri tipi di dipendenze (es. quella da sostanze):
- L’”ebbrezza” (il soggetto affettivamente dipendente prova una sensazione di euforia dalla relazione del partner, che gli è indispensabile per stare bene)
- la “dose” (il soggetto affettivamente dipendente cerca “dosi” sempre maggiori in termini di presenza e di tempo da trascorrere insieme al partner. La sua assenza lo getta in uno stato di profonda disperazione. Il soggetto percepisce di esistere solo se c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e concrete. L’altro diventa l’unica ragione del suo esistere, l’unica fonte di gratificazione ed interesse)
- l’incapacità di controllare il proprio comportamento, legata alla perdita dell’Io, che si manifesta con l’incapacità di valutare il sé, la situazione e l’altro, con una riduzione di lucidità che crea vergogna e rimorso, sostituita in alcuni momenti da una temporanea lucidità a cui segue un senso di desolante sconfitta e una ricaduta, spesso ancora più profonda, nella dipendenza che fa sentire più forte e necessaria la presenza dell’altro.
A questo quadro sintomatico va aggiunta una caratteristica specifica della dipendenza affettiva, rappresentata dalla fobia ossessiva di poter perdere l’oggetto amato, che viene alimentata da qualsiasi atteggiamento o comportamento del partner che la persona interpreta come un segnale di pericolo e di distacco (es. una mancata telefonata).
Poiché la dipendenza affettiva spesso si associa a disturbi post-traumatici da stress e, generalmente, si osserva in persone con vissuti di abusi o maltrattamenti, è ipotizzabile ricondurre a questi ultimi le cause scatenanti dello sviluppo di forme affettive malate.
Una delle maggiori studiose di questo tipo di problematica, Robin Norwood , autrice del famoso libro intitolato “Donne che amano troppo”, ha evidenziato come tutte le donne affettivamente dipendenti presentino nella loro storia personale e familiare delle caratteristiche costanti e comuni:
- la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto nell’età evolutiva, i bisogni emotivi della persona;
- una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto, compensate attraverso una identificazione con il partner, un tentativo di salvare lui/lei che in realtà coincide con un tentativo interiore di salvare se stessi;
- una tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori, in modo da ritentare di ottenere un cambiamento nelle risposte affettive pressoché inesistenti ricevute nella propria vita;
- l’assenza nell’infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza che genera, nel contesto della dipendenza, un bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner, che viene nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto dell’altro.
È importante sottolineare che queste caratteristiche legate al contesto familiare non sempre s’inscrivono nella dimensione reale ed oggettiva; cioè, non necessariamente le donne dipendenti hanno alle spalle effettive esperienze di carenza di affetto ed attenzioni; ciò che conta, infatti, è il vissuto emotivo soggettivo legato alla propria infanzia, cioè come il soggetto ha percepito le relazioni affettive all’interno del contesto familiare di appartenenza.
I pensieri e i vissuti emotivi nella “dipendenza dall’amore” sono principalmente caratterizzati da:
- abnegazione totale finalizzata al soddisfacimento esclusivo dei bisogni della persona amata al punto da raggiungere, senza percepirlo in tempo, livelli elevati di stress psicofisico;
- terrore ossessivo dell’abbandono che porta a fare qualsiasi cosa pur di evitare la fine della relazione;
- tendenza ad assumersi abitualmente la responsabilità e le colpe della vita di coppia;
- autostima estremamente bassa e una conseguente convinzione profonda di non meritare la felicità;
- tendenza a fantasticare su come potrebbe essere il proprio rapporto di coppia se il partner cambiasse, piuttosto che a basarsi su pensieri legati al rapporto attuale e reale;
- tendenza a provare attrazione verso persone problematiche e, al contempo, disinteresse ed indifferenza verso persone gentili, equilibrate, degne di fiducia.
Uscire dalla schiavitù della dipendenza affettiva richiede che la persona modifichi il suo “concetto di amore” e che acquisisca modelli di relazione più sani e funzionali, nei quali l’Io assuma una posizione centrale, non fondati sull’abnegazione e il sacrificio, ma sul riconoscimento dei propri bisogni e sul giusto equilibrio tra il dare e il ricevere.
Perché ciò avvenga è, innanzitutto, necessario riconoscere ed ammettere di avere un problema; tale presa di coscienza si rivela spesso difficoltosa perchè esistono confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è lecito e normale e ciò che, invece, nell’abitudine cronica diviene dipendenza.
Un’ulteriore complicazione è legata ai modelli relazionali ed affettivi introiettati dalla persona nel corso dell’infanzia (a partire da ciò che ha percepito nel contesto familiare), responsabili di generare e sostenere la credenza che determinati abusi e sacrifici di sé siano aspetti normali e necessari nelle relazioni d’amore.
Spesso ciò che mantiene il problema e tende a cronicizzarlo è la speranza in un cambiamento irrealizzabile, soprattutto in un contesto relazionale in cui si siano consolidati e cristallizzati dei ruoli e dei copioni da cui è difficilmente possibile uscire. Così, paradossalmente, la “guarigione” può avere inizio solo quando si raggiunge uno stato di estrema disperazione, che rappresenta la possibilità di accantonare le illusioni che hanno alimentato e sostenuto a lungo il rapporto affettivo patologico.


Tutto inizia cinque anni fa……..
Lui è un sogno per me, provo da subito qualcosa di speciale, come una scossa elettrica, non so come ma dal primo istante capisco che è quell’amore grande che tanto aspettavo.
Tutti i miei amici cercavano di dissuadermi dal frequentarlo ma io preferii allontanarmi da loro perché lui era speciale per me. Avevo ragione l’inzio della storia fu tumultuoso ma poi si trasformò ben presto in quell’amore che ti stravolge…..che al solo pensiero che possa finire ti senti morire. Ricordo il primo vero viaggio sei giorni insieme, meravigliosi, lui meraviglioso.
Dopo quel viaggio avevo una gran voglia di vivere con lui, ci sarei andata all’istante, così gli chiesi di programmare la data del nostro matrimonio, decidemmo che sarebbero passati tre anni ancora e poi ci saremmo sposati.
Il tempo passa e noi siamo felici insieme, io aspetto quel momento, volevo dargli tante di quelle cose…..amore, affetto, una famiglia, un figlio. Immagino lui che mi regala l’anello, lui emozionato all’altare, immagino l’arrivo di un figlio e noi due innamorati come non mai………
È qui vi dico che è sbagliato immaginare, sognare, perché può distruggerti.
Un anno e mezzo prima della fatidica data comincio ad essere euforica…….però lui quando parlavo dell’organizzazione del matrimonio era schivo, strano, così gli chiesi spigazioni, lui dopo non poca insistenza da parte mia mi disse che non si sentiva pronto, io ci rimasi così male che per mesi cercai di convincerlo a cambiare idea – e quello si rivelò il mio più grande errore – e lui per amore mio o per non sentirmi accettò, ciò che non sapevo ancora che gli 8 mesi che ci dividevano dal matrimonio sarebbero stati pessimi….. lui cambiò…..era sempre freddo e distante, io non mi godetti niente dei preparativi, tutti dicono che sono i momenti più belli, indimenticabili, be’ per me non fu così, aspettavo da un momento all’altro che mi lasciasse, sentivo l’ansia che aumentava giorno dopo giorno, sentivo il peso di quella scelta. Arrivammo alla fine alla settimana prima del matrimonio, voi penserete chissà che trepidazione…… invece no quelli sono stati i giorni peggiori lui spense il telefono e senza spiegazioni sparì, appena riuscii a parlargli mi disse tante cose brutte, ero distrutta e quando stavo per rassegnarmi ci riconciliammo, e ci sposammo.
Dopo il matrimonio le cose non migliorarono anzi forse peggiorarono, e così si susseguirono i litigi, perché io non riuscivo a vivere e a capire quella situazione…….
Avevo un ragazzo che mi amava, eravamo complici, sono stata presente sempre per lui, e lui era fantastico con me ma averlo voluto sposare e aver comprato una casa che lui non voleva ha distrutto tutto…….
Da qui inizia la breve storia del mio matrimonio fallito……..
Già giorno dopo giorno sto sempre peggio……non sono più la ragazza dolce con tutti, mi sono inaridita, e vedere ogni sera accanto a me la persona che tanto amavo, che mi aveva promesso un amore senza fine, sempre più freddo e distante……mi distrugge. In questi pochissimi mesi ho fatto scenate, ho urlato, ho persino provato a lasciarlo quando mi ha detto su mia insistenza che i suoi sentimenti sono cambiati, ossia che qualcosa è cambiato. Lui non è più il ragazzo di cui mi sono innamorata, o almeno non lo è più con me. Quando usciamo con gli amici, lo vedo parlare con gli altri, vedo lui come era con me……mi sembra di vederlo attraverso un vetro, vedo lui senza me……e inevitabilmente in quei momenti penso a come eravamo. Sto sempre peggio e se provo a parlarne sono la solita rompi p…e per lui, dice “possibile che non c’è più domenica o giorno di festa”
Ed è vero sono i giorni in cui passo più tempo con lui quelli che mi avviliscono che mi portano ad esplodere, forse ho passato tre o quattro domeniche a casa sola ubriaca (calcolando che io sono astemia).
Ma più passa il tempo e più io divento insicura, insofferente, vuota. Mi do le colpe di tutto, non faccio altro che pensare al passato, ai miei errori, perché non avrei mai dovuto insistere di sposarmi. Non faccio che pensare a quando mi prometteva un sacco di cose belle per la nostra vita insieme.
A volte vorrei tanto scappare lasciarlo ma non ci riesco è più forte di me sono tremendamente innamorata di lui nonostante tutto.
E lui non riesce a vedere quello che sta facendo della mia vita.