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21
MAR
2017

La fine non è la fine.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Quanto ci spaventa la parola FINE?
La fine di un lavoro, la fine di una relazione, la fine di un periodo della nostra vita..
Quando arriva la fine di una cosa ci sentiamo svuotati, annientati e il pensiero di non sapere cosa ci aspetterà dopo ci angoscia e ci intimorisce.
E’ difficile accettare la fine delle cose, e questo ci porta spesso ad opporvi un’inutile ed estenuante resistenza, che non fa altro che aumentare le nostre sofferenze e tenerci intrappolati in quel che ormai già fa parte del passato.
Quando arriva la fine spesso ci chiediamo “ma com’è possibile che sia finita così?”.
Ci sforziamo di capire, di analizzare ossessivamente come sono andate le cose e come sarebbero potute andare, e non comprendiamo che in realtà l’epilogo era già iniziato da tempo, e che la “botta” che arriva è solo il colpo di coda finale.
La fine, infatti, non arriva mai all’improvviso, è la parte conclusiva di un lungo processo che spesso è già iniziato tempo prima, ma di cui non ci siamo resi conto. E’ come se le nostre azioni, le nostre scelte e le stesse situazioni in cui ci troviamo lentamente avessero creato e predisposto questo passaggio.
Credo che la nostra più grande fragilità sia quella di vedere nella fine solo l’aspetto negativo e distruttivo, cioè quello legato all’abbandono, al “lutto”(emotivamente inteso) e alla perdita, e di non riuscire a vedere in essa i germogli di nuovi inizi che ci attendono.
Qualcuno scrisse che nella fine c’è un nuovo inizio e che le crisi sono opportunità di evoluzione.
E’ difficile accettare questa verità.
Ma se ci pensiamo e ci guardiamo indietro, a quelle esperienze e a quelle relazioni che sono finite e che in quel momento non avremmo mai voluto che finissero, possiamo realizzare come tutto ciò sia stato necessario, sebbene all’epoca la loro fine ci abbia fatto soffrire in maniera devastante.
Io credo che la nostra vera forza, quella che è dentro ognuno di noi (anche se spesso non ce ne rendiamo conto), non sia quella di restare impassibili e non soffrire di fronte alle tante “fini” che viviamo, ma quella di accettare, anche nella più profonda sofferenza, l’ineludibilità di questo passaggio.
La Natura, la cui saggezza spesso dovrebbe essere un esempio, sa che ogni stagione deve necessariamente chiudersi affinchè possa aprirsi quella successiva.
Concludo riportando una frase bellissima ed illuminante dell’antico filosofo cinese LaoTsè:
“Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.”
Quando qualcosa finisce non pensiamo al bruco, pensiamo alla farfalla.
Buona serata.
Dr.ssa Nadia M.

Dott.ssa Nadia Mortara
About the Author
Dott.ssa Nadia Mortara ... Sono psicologa e psicoterapeuta iscritta all’ordine degli psicologi e degli psicoterapeuti della Lombardia (nr. 15781). Mi sono laureata in psicologia clinica-sociale presso l’Università degli studi di Parma nel 2004.

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