Ti voto perchè…..?
Perché votiamo? E per quali motivi scegliamo un candidato politico rispetto ad un altro? Quali sono i fattori psicologici che orientano la nostra decisione?
Con il voto politico noi esprimiamo la nostra fiducia nei confronti di una candidato con il quale ci sentiamo di condividere principi, valori, visioni comuni della società.
Ma siamo sicuri che la nostra scelta sia determinata dalla sola condivisione “ideologica” ?
La scelta finale di chi votare (o non votare) è il risultato di un processo decisionale complesso e multifattoriale, che non sempre si svolge in modo consapevole.
Il comportamento di voto è cambiato nel corso del tempo: in passato l’espressione delle preferenze si configurava come il risultato di un sistema di valutazione più razionale e ponderato, che coinvolgeva diversi elementi come l’impostazione ideologica, i valori e gli interessi della classe sociale di appartenenza, le tradizioni familiari. Negli ultimi decenni, con la maggiore esposizione mediatica, siamo oggetto di un continuo bombardamento di informazioni diverse e spesso contrastanti, che generano un’inevitabile confusione rispetto ai contenuti e spostano, di conseguenza, la nostra attenzione (in modo più o meno consapevole) su altri aspetti, tra i quali l’ “immagine” del candidato e le sue caratteristiche individuali, che sono diventati elementi fondamentali e spesso decisivi nell’orientare le nostre scelte di voto, sempre più “personalizzate”.
Il comportamento di voto attuale sembra infatti fondarsi maggiormente su strategie di pensiero brevi ed approssimative (definite “euristiche”), messe in atto quando si ha la consapevolezza della mancanza di importanti dati certi e reali, necessari per fare delle valutazioni precise.
In ambito politico il ricorso ad euristiche sembra motivato da diversi fattori:
- gli schieramenti hanno perso la loro identità, un tempo strettamente legata ad un’ impostazione ideologica fortemente riconoscibile;
- la frequente astrattezza delle aspirazioni politiche manifestate negli innumerevoli e complessi dibattiti spesso incomprensibili, generanti dati confusivi e contrastanti;
- la sperimentata infedeltà delle promesse fatte in periodo elettorale.
È pertanto logico che di fronte all’incoerenza e alla confusione imperante nel panorama politico, nel quale è cresciuta l’importanza dell’apparenza e della capacità seduttiva dei “personaggi”, a scapito dei contenuti, delle ideologie e delle competenze, vengano messi in atto comportamenti più intuitivi, guidati più spesso da impressioni emotive suscitate a “pelle” come la simpatia, la piacevolezza e il carisma.
Le campagne elettorali, infatti, vengono accuratamente pianificate con lo scopo di costruire figure di leaders che appaiano simili e vicini agli elettori (o all’immagine che questi hanno) e che siano in grado di affascinarli e accattivarsi i loro consensi. Come mostrano alcuni studi (Caprara G.V., Barbaranelli, Zimbardo P.), infatti, nel processo di percezione della personalità del politico che guida gli elettori, quei fattori più superficiali e legati all’immagine, definiti “attrattori”, sembrano essere maggiormente incisivi, indipendentemente dalle preferenze politiche espresse dai votanti e dallo schieramento politico in cui si colloca il candidato che viene giudicato.
Tra gli altri fattori importanti nel determinare le intenzioni di voto, giocano un ruolo essenziale le “attese di vantaggi e svantaggi”, cioè la percezione da parte dell’elettore della capacità del candidato di produrre i cambiamenti desiderati, come la crescita dell’occupazione, una maggiore stabilità economica, una più giusta ed equa fiscalità e una superiore efficienza dei servizi.
Un altro elemento che incide sull’espressione del voto è una certa tendenza conservativa degli elettori “a non rischiare” e ad essere rassicurati da punti di riferimento conosciuti, certi e stabili, mostrandosi poco aperti e disponibili ai cambiamenti e alle innovazioni.
A questo punto dobbiamo chiederci come sia possibile dare fiducia e considerare “stabile” chi nel tempo ha dato chiari segnali di incoerenza, smentendo le sue stesse dichiarazioni, coalizzandosi con schieramenti ideologicamente diversi, non mantenendo le promesse fatte e disattendendo le aspettative degli elettori. La risposta sta nella nostra memoria e, più specificamente, nel cosiddetto “effetto recency”, che orienta selettivamente la nostra attenzione e ci induce a ricordare meglio gli eventi più recenti. Per dirla in modo più semplice, è colpa della nostra “memoria corta”, per cui il candidato che gioca meglio nella fase finale della campagna elettorale, riuscendo ad essere più affascinante, carismatico e incisivo nel sottolineare i suoi pregi, ha maggiore possibilità di “offuscare” la memoria dei precedenti eventi politici deludenti, e quindi, maggiore possibilità di uscirne vincitore.
Ultimo, ma non meno importante, il contesto di appartenenza, che influenza profondamente le intenzioni di voto. Infatti, è abbastanza naturale aggregarsi a persone che la pensano come noi, che hanno la nostra visione del mondo e con le quali, pertanto, condividiamo la stessa ideologia politica, così come è insito in ognuno il desiderio più o meno consapevole di “venire approvati” da chi stimiamo e consideriamo importante (famigliari, amici, colleghi). Il voto diventa così un mezzo potente per esprimere il proprio senso di appartenenza e di adesione ad un gruppo sociale, nel quale riconoscersi e sentirsi accettati.

