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	<title> &#187; Coppia</title>
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	<description>La felicità dipende dalla qualità dei pensieri</description>
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		<title>La giusta importanza</title>
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		<pubDate>Sat, 25 May 2019 05:25:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il nostro bisogno di sentirci accettati e stimati da parte degli altri (bisogno connaturato nell&#8217;essere umano) ci porta spesso a cercare con ogni mezzo e con ostinato accanimento la loro approvazione.<br />
Questo vale non solo nelle situazioni in cui abbiamo di fronte qualcuno che effettivamente ci stima e ci accetta, ma soprattutto in quelle in cui percepiamo che l’altro ci svaluta e ci rifiuta.<br />
Cioè, paradossalmente capita che più una persona ci sottostimi e non ci apprezzi, più noi ci ostiniamo a volere e a pretendere a tutti i costi la sua approvazione.<br />
E&#8217; difficile accettare che qualcuno non riconosca il nostro valore e non ce lo dimostri, perché il rifiuto, la non approvazione, il distacco, fanno nascere in noi il pensiero di non essere abbastanza importanti, di non essere adeguati, di essere sbagliati, e vanno magari a riattivare dei vissuti dolorosi legati alla nostra infanzia, o al rapporto con le figure significative della nostra vita.Senza entrare nel merito dei motivi alla base di queste dinamiche, dobbiamo accettare il fatto che non possiamo, né dobbiamo per forza piacere a tutti, così come gli altri non possono, né devono per forza piacere a noi.<br />
Pertanto, è fondamentale per la nostra sopravvivenza fisica, psicologica ed emotiva, accogliere ed accettare in noi questa realtà e comportarci di conseguenza, ovvero dare alle persone l&#8217;importanza che le persone danno a noi.<br />
Non si tratta di fare come i bambini che giocano a &#8220;specchio riflesso&#8221; ( si chiama così?), ma semplicemente non disperdere, sprecare, investire o regalare energie, attenzioni ed importanza a chi non è disposto a fare lo stesso con noi.<br />
Se diamo senza ricevere, perchè siamo mossi dal pensiero che questo sia il modo più sicuro per trattenere le persone e indurle ad amarci o ad accettarci, rischiamo di ottenere esattamente l’opposto, cioè la lenta e logorante fine della relazione.<br />
Il rischio delle relazioni di questo tipo (in qualsiasi contesto) è che si crei uno squilibrio profondo fra le parti, per cui la sottostima di uno verso l&#8217;altro è direttamente proporzionale alla sovrastima di questo nei suoi confronti. Cioè, per dirla in poche parole: più tu non mi riconosci, più io ho bisogno del tuo riconoscimento.<br />
Se una persona non ci apprezza e non ce lo dimostra, ad un certo punto è giusto e sano lasciarla perdere e metterci in testa che questo non significa che non andiamo bene o che siamo immeritevoli di stima e amore, ma che magari non siamo compatibili o sintonici con lei, e che forse anche lei non è sintonica con noi.<br />
Semplificando molto il concetto, potremmo dire che vale un pò come per i vestiti: non tutte le taglie, né tutti i colori, né tutte le forme si adattano al nostro corpo…<br />
Buon fine settimana.<br />
Dr.ssa Nadia.</p>
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		<title>Quanto pesa un bicchiere d’acqua?</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2019 13:27:38 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/56119920_1139474849592499_7329305473797062656_n.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4023" src="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/56119920_1139474849592499_7329305473797062656_n-300x221.jpg" alt="56119920_1139474849592499_7329305473797062656_n" width="300" height="221" /></a></p>
<p>&#8220;Secondo voi quanto pesa un bicchiere d&#8217;acqua?<br />
Il peso assoluto del bicchiere d&#8217;acqua è irrilevante.<br />
Ciò che conta davvero è per quanto tempo lo tenete sollevato. Sollevatelo per un minuto e non avrete problemi.  Sollevatelo per un&#8217;ora e vi ritroverete un braccio dolorante.<br />
Sollevatelo per un&#8217;intera giornata e vi ritroverete un braccio paralizzato. In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non è cambiato.<br />
Eppure, più il tempo passa, più il bicchiere sembra diventare pesante. Lo stress e le preoccupazioni sono come questo bicchiere d&#8217;acqua. Piccole o grandi che siano, ciò che conta è quanto tempo dedichiamo loro. Se gli dedichiamo il tempo minimo indispensabile, la nostra mente non ne risente.  Se iniziamo a pensarci più volte durante la giornata, la nostra mente inizia ad essere stanca e nervosa.  Se pensiamo continuamente alle nostre preoccupazioni, la nostra mente si paralizza. Per ritrovare la serenità dovete imparare a lasciare andare stress e preoccupazioni. Dovete imparare a dedicare loro il minor tempo possibile, focalizzando la vostra attenzione su ciò che volete e non su ciò che non volete.<br />
Dovete imparare a mettere giù il bicchiere d&#8217;acqua&#8221;.<br />
(dal Web)</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno di noi ha il suo bicchiere d’acqua riempito di preoccupazioni, paure, ansie, pensieri, problemi.<br />
Sarebbe un’utopia pensare di poter svuotare completamente il bicchiere, perchè noi esseri umani siamo fatti così, ci preoccupiamo, abbiamo paura, ci arrabbiamo, rimuginiamo sulle piccole e grandi difficoltà che ogni giorno affrontiamo nella vita.<br />
Sappiamo bene che molti dei pensieri contenuti nel nostro bicchiere sarebbero superflui ed eliminabili, ma come spesso accade, la concretizzazione di una consapevolezza richiede tempo e una certa capacità di riorganizzare responsabilità e priorità nella vita, fare i conti con il nostro senso del dovere, i nostri sensi di colpa e il nostro timore del giudizio.<br />
Nel frattempo, mentre arriviamo a farlo, sarebbe davvero utilissimo scendere ad un compromesso con il nostro bicchiere d’acqua, autorizzandoci ad appoggiarlo ogni tanto, mettendo temporaneamente in sospensione i pensieri e riposandoci dalla fatica di doverlo sempre sorreggere per tutto il tempo, spesso da soli.<br />
Quanto sollievo potrebbe darci appoggiarlo? O dividere la fatica di doverlo sorreggere con qualcun altro, chiedendo magari un aiuto?</p>
<p style="text-align: justify;">Dr.ssa Nadia</p>
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		<title>Se è dipendenza non è amore</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2019 13:43:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il celebre psicanalista Carl Gustav Jung scrisse: &#8220;Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico o l&#8217;alcool o la morfina o l&#8217;idealismo.&#8221;. Se qualsiasi dipendenza è cattiva, lo è anche quella sviluppata nei confronti di una persona o di un sentimento. Molte re...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il celebre psicanalista Carl Gustav Jung scrisse:</strong><br />
<strong> &#8220;Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico o l&#8217;alcool o la morfina o l&#8217;idealismo.&#8221;.</strong><br />
<a href="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/56301808_1142011399338844_3737038713398493184_n.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4017" src="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/56301808_1142011399338844_3737038713398493184_n-216x300.jpg" alt="56301808_1142011399338844_3737038713398493184_n" width="216" height="300" /></a><br />
<strong>Se qualsiasi dipendenza è cattiva, lo è anche quella sviluppata nei confronti di una persona o di un sentimento.</strong><br />
<strong> Molte relazioni, infatti, si costruiscono e si mantengono nel tempo non grazie all&#8217;amore, al desiderio, alla stima,</strong><br />
<strong> al rispetto, alla voglia autentica di stare insieme, ma attraverso la dipendenza o la co-dipendenza che si sviluppa fra i partner.</strong><br />
<strong> Spesso Amore e dipendenza vengono erroneamente e pericolosamente confusi; dove esiste l&#8217;uno non può esistere l’altro.<br />
Amore e dipendenza sono avversari; se coesistono, ci distruggono.</strong></p>
<p><strong> Se questo capita, anche se la relazione continua, l’amore si oscura e si sottomette alla dipendenza.</strong><br />
<strong> La dipendenza sembra amore, ma in realtà è il suo esatto contrario; dipendenza significa che io esisto solo in funzione di te, che la mia vita è dedicata e, aggiungerei, &#8220;sacrificata&#8221; alla tua, che tu sei più importante di tutto, anche e soprattutto di me stessa.</strong><br />
<strong> La mia felicità, la mia tristezza, la mia rabbia, le mie scelte, i miei pensieri sono legati e condizionati da ciò che tu provi, pensi e fai.</strong><br />
<strong> Quando una relazione assume queste caratteristiche diventa malsana e distruttiva, perchè non ci aiuta a valorizzare e ad esprimere chi siamo, ma annienta e distrugge totalmente la nostra identità, e perchè ci porta a tollerare in modi anche rischiosi qualsiasi situazione, qualsiasi atteggiamento o comportamento da parte dell&#8217;altro pur di tenerlo vicino a noi.</strong><br />
<strong> Quando si dipende da qualcuno si diventa ossessionati da lui, e le ossessioni sono quasi sempre originate dalla paura. Paura di cosa? Paura di restare soli, paura di non farcela ad affrontare la propria vita senza l&#8217;altro, paura dell&#8217;abbandono, di sentirsi rifiutati e quindi confermati nella propria convinzione di non valere nulla, paura che i sacrifici che si fanno per l&#8217;altro non siano mai abbastanza, con una conseguente e graduale abnegazione a favore suo.</strong><br />
<strong> Le relazioni basate sulla dipendenza riattivano dinamiche relazionali legate al passato, ai rapporti cioè con le figure significative della nostra infanzia.</strong><br />
<strong> La dipendenza, infatti, non dà una spinta progressiva alla relazione, non ci aiuta a crescere, a maturare, ad evolvere, non permette, cioè, di diventare &#8220;adulti&#8221; e autonomi, ma ci mantiene in una posizione regressiva,</strong><br />
<strong> cioè quella dei bambini che siamo stati.</strong><br />
<strong> Se vi siete ritrovati in questa breve descrizione, se qualcosa è risuonato dentro di voi, è importante fermarsi un attimo a riflettere, iniziando a vedere e a chiamare la realtà con il suo nome, senza trovare alibi o raccontarsi storielle.</strong><br />
<strong> Una relazione di questo tipo non può aiutare a colmare il vuoto e la fame che si sente dentro il cuore, anzi, porterà il cuore ad avere sempre più fame e a chiedere sempre più cibo.</strong><br />
<strong> Ma bisogna fare attenzione al &#8220;cibo&#8221; con cui ci sfamiamo: se non è sano, se è avariato, può intossicarci, fino alla morte.</strong><br />
<strong> Solo noi possiamo colmare quel buco che abbiamo dentro; imparare a volersi bene, a dire &#8220;io sono importante&#8221; è un ottimo modo per farlo.</strong></p>
<p><strong>Dr.ssa Nadia</strong></p>
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		<title>Quando si chiude una porta.</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2019 13:27:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/57168416_1144678402405477_8325047088224141312_n.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4013 size-full" src="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/57168416_1144678402405477_8325047088224141312_n.jpg" alt="57168416_1144678402405477_8325047088224141312_n" width="480" height="480" /></a><br />
Lo scienziato Albert Einstein ha scritto:<br />
“Quando si chiude una porta, si può riaprire di nuovo, perché di solito è così che funzionano le porte.”</p>
<p>Verissimo, quando una porta si è chiusa non è detto che non si possa riaprire.<br />
Tuttavia (chiedo perdono ad Einstein se mi permetto di aggiungere una puntualizzazione), se una porta si è chiusa e continua a restare impassibilmente chiusa davanti a noi nonostante tutti i nostri tentativi di riaprirla, forse dovremmo riconsiderare le nostre possibilità di farlo, e soprattutto i motivi che ci spingono ad opporre questa crescente, ostinata ed estenuante resistenza nel volerla aprire.<br />
Qualcuno vorrebbe riaprirla perché magari lì dietro ha vissuto una grande felicità, oppure perché è l’unica porta che già conosce, e per questo fa molta meno paura e richiede molto meno sforzo che aprire una porta sconosciuta e vedere cosa c’è dietro.<br />
E’ importante che ognuno faccia ciò che sente e ciò di cui sente il bisogno, questo è indiscutibile, perché ognuno di noi ha i propri tempi per vedere, riflettere, comprendere e scegliere.<br />
Queste mie riflessioni, infatti, non servono a dare istruzioni o ad insegnare ciò che si dovrebbe fare (me ne guardo bene dal farlo…), perché ognuno (psicologhe e psicologi inclusi) ha il proprio percorso ed è responsabile della propria vita, con tutto ciò che questo comporta.<br />
Queste riflessioni vorrebbero solamente aiutare a “rifletterci&#8221;, a vedere e a vedersi con più chiarezza.<br />
Se vogliamo stare davanti ad una porta che non si apre e che forse continuerà a restare a chiusa, va benissimo,<br />
è una scelta nostra, ma dobbiamo farlo con la consapevolezza che stiamo facendo quella scelta ben precisa,<br />
che esclude altre possibilità, rispetto alla quale dobbiamo assumerci le nostre responsabilità ed evitare di autocommiserarci in seguito.<br />
Spesso stiamo in piedi immobilizzati davanti a queste porte chiuse, dietro le quali ci sono persone, relazioni, situazioni che ci hanno fatto del male o che, più semplicemente, non sono più adatte e compatibili con noi. Stiamo lì pur sapendolo, e allo stesso tempo ci lamentiamo perché la Vita non ci offre altre possibilità.<br />
Non è la Vita che non ci offre altre possibilità, siamo noi che molto spesso non spostiamo lo sguardo e non vediamo che oltre alla porta chiusa che continuiamo a fissare ce n’è un’altra che potrebbe aprirsi, e che forse ci sta chiedendo di farlo…<br />
Dr.ssa Nadia</p>
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		<title>Psicoterapia:quanto tempo serve?</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2019 04:53:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Durante i percorsi di psicoterapia nascono molti momenti di riflessione e molte domande. Le più frequenti riguardano il perché magari ci si è comportati in un certo modo o si sono portate avanti situazioni negative fino alla sfinimento, senza riuscire a chiudere prima. Un’altra domanda che spesso le...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><br style="color: #1c1e21;" /><span style="color: #1c1e21;">Durante i percorsi di psicoterapia nascono molti momenti di riflessione e molte domande. </span><br style="color: #1c1e21;" /><span style="color: #1c1e21;">Le più frequenti riguardano il perché magari ci si è comportati in un certo modo o si sono portate avanti situazioni negative fino alla sfinimento, senza riuscire a chiudere prima. </span><br style="color: #1c1e21;" /><span style="color: #1c1e21;">Un’altra domanda che spesso le persone si pongono è questa : “Perché ci metto così tanto a superare questo momento difficile?”Perché non riesco a chiudere definitivamente quella porta?</span><span class="text_exposed_show" style="color: #1c1e21;"> Perchè a distanza di mesi soffro ancora per quella persona o per quella situazione?”.<br />
Nel mondo in cui viviamo tutto scorre veloce, e anche le soluzioni ai problemi che incontriamo devono essere subito pronte per l’uso.<br />
Ma l’anima non funziona così.<br />
Il nostro mondo interiore ha tempi ben diversi da quelli che scandiscono il funzionamento di quello accade fuori.<br />
Non contano i giorni, i mesi , gli anni, e i processi di elaborazione non vanno accelerati, né tantomeno forzati. </span></p>
<p><span class="text_exposed_show" style="color: #1c1e21;">Qualsiasi esperienza dolorosa che viviamo, per essere superata davvero, deve essere rielaborata, cioè compresa, riletta, investita di un nuovo significato e ricollocata adeguatamente dentro di noi.<br />
E l’elaborazione interiore dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni e dei nostri pensieri richiede tempo, molto tempo.<br />
Riparare e sistemare i pezzi di noi che si sono frantumati e si sono scollati è un processo difficile, doloroso e faticoso, e non possiamo aspettarci di risolverlo in modo veloce e indolore.<br />
Più una persona, un’emozione, una relazione, una situazione sono radicate dentro di noi, più tempo e fatica sono necessari per trovarle una nuova sistemazione nella nostra testa e nel nostro cuore.<br />
Rielaborare, infatti, non significa né dimenticare né cancellare, ma dare un significato diverso a ciò che abbiamo vissuto, fare la pace, conviverci in modo sufficientemente sereno.<br />
Per arrivare a questo traguardo la strada da fare è lunga, tortuosa , dissestata. </span></p>
<p><span class="text_exposed_show" style="color: #1c1e21;">Ci sono momenti in cui si procede più velocemente e momenti in cui si inciampa e si cade; pazienza, ci si rialza e si va avanti.<br />
Le separazioni, i lutti, i distacchi, le delusioni fanno male e confrontarci con le emozioni negative che provocano è fastidioso e difficile, ma per quanto le evitiamo o le neghiamo quelle stanno lì e chiedono una sistemazione.<br />
E’ un po’ come riordinare una casa: se lo vogliamo fare bene abbiamo bisogno di farlo senza fretta, perché le cose non si possono sistemare a caso, bisogna trovare loro un posto preciso.<br />
Ognuno di noi per far questo ci mette il tempo necessario, cioè il suo.<br />
E’ giusto e sano prendersi il proprio tempo, ma attenzione, perchè allo stesso tempo questo prendersi tempo non deve diventare un espediente per costruirsi una prigione e crogiolarsi inutilmente nel dolore..<br />
Perciò, per ritornare alla domanda iniziale: quanto tempo occorre per andare avanti?<br />
Quello che serve.</span></p>
<p>Dr.ssa Nadia</p>
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		<title>Esiste la persona giusta?</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2019 04:43:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Esiste la persona giusta?Onestamente, io non credo nell’esistenza di un&#8217; unica persona giusta, ma di diverse persone giuste, e sono quelle che potenzialmente riescono a starti accanto portando effetti benefici alla tua persona e alla tua vita.Non credo che la persona giusta sia quella che ti s...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="color: #1c1e21;">Esiste la persona giusta?</span><br style="color: #1c1e21;" /><span style="color: #1c1e21;">Onestamente, io non credo nell’esistenza di un&#8217; unica persona giusta, ma di diverse persone giuste, e sono quelle che potenzialmente riescono a starti accanto portando effetti benefici alla tua persona e alla tua vita.</span><br style="color: #1c1e21;" /><span style="color: #1c1e21;">Non credo che la persona giusta sia quella che ti sconvolge, quella che ti devasta, quella che ti tiene sempre sulle spine, quella circondata da quell&#8217;aurea di mistero che tanto viene decantato nei romanzi e nel cinema, ma che poi nell</span><span class="text_exposed_show" style="color: #1c1e21;">a realtà ti lascia sempre nel dubbio, nell’incertezza e nel tormento, anzi&#8230; </span></p>
<p style="text-align: left;"><span class="text_exposed_show" style="color: #1c1e21;">Quella sarà la persona che probabilmente ti farà stare peggio.<br />
Si sta in una relazione se l’altro in qualche modo la vita ce la migliora, se ci fa stare bene, se sa valorizzarci, se ci si può fidare, altrimenti non è amore, </span>è masochismo.</p>
<p style="text-align: left;"><span class="text_exposed_show" style="color: #1c1e21;">Buona domenica e buon caffè.<br />
Dr.ssa Nadia</span></p>
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		<title>La Sindrome di Rebecca. Quando il Passato ritorna..</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Apr 2017 06:07:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>&#8220;Tutte le volte che mi toccavi sapevo che facevi un confronto con Rebecca, tutte le volte che mi guardavi, mi parlavi o camminavi con me nel parco so che cosa pensavi: &#8220;Questo l&#8217;ho fatto con Rebecca, e questo, e questo&#8221;, non è vero?&#8221; ( Dal film &#8220;Rebecca, La prima ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #222222;">&#8220;</span><em style="color: #000000;">Tutte le volte che mi toccavi sapevo che facevi un confronto con Rebecca,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #222222;"><span style="color: #000000;"><em> tutte le volte che mi guardavi, mi parlavi o camminavi con me nel parco so che cosa pensavi: </em></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #222222;"><span style="color: #000000;"><em>&#8220;Questo l&#8217;ho fatto con Rebecca, e questo, e questo&#8221;, non è vero?&#8221;</em></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">( Dal film &#8220;Rebecca, La prima moglie&#8221;, di Alfred Hitchcock)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><img src="http://saladadecinema.com.br/wp-content/uploads/2016/08/2837-482x350.jpg" alt="Risultati immagini per rebecca la prima moglie" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel 1938 la scrittrice Daphne du Maurier scrisse un romanzo intitolato “Rebecca, la prima moglie”, che divenne un celebre film grazie all&#8217;opera del geniale regista Alfred Hitchcock.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Libro e film  raccontano la storia di una donna che sviluppa gradualmente una forma di gelosia ossessiva nei confronti dell’ex moglie defunta del marito, Rebecca.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Rebecca diventa un costante ed inarrivabile termine di paragone, Rebecca è sempre più brava, più bella, più elegante, più adeguata, Rebecca è perfetta. Nonostante Rebecca sia defunta è come se vivesse ancora, perché il pensiero ossessivo della donna la riporta in vita, aprendole un varco per insinuarsi nella relazione di coppia, generando tra lei e il marito un clima di tensioni, conflitti, deliri e paranoie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Da questo celebre romanzo, gli psicologi hanno coniato il termine “Sindrome di Rebecca”, per riferirsi a quelle persone che provano una gelosia patologica nei confronti del passato sentimentale del proprio compagno/a.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Si tratta di una particolare forma di gelosia retroattiva nei confronti della persona amata, una gelosia infondata, ingiustificata, accecante, che può trasformarsi in una vera e pericolosa ossessione, un sentimento irrazionale che altera il rapporto in un inferno, al punto da condurlo ad una graduale distruzione.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La persona che ne soffre perde il contatto con la realtà, non realizzando che il pericolo &#8220;ex&#8221; non esiste davvero, ma che è la gelosia stessa a renderlo tale, a dargli potere, a renderlo una minaccia effettiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La gelosia, quando limitata e contenuta, è un sentimento normale e fisiologico che nasce all’interno di qualsiasi relazione, ed esprime la paura di perdere la persona importante, quella a cui si tiene, e che si teme possa venire “rubata” da qualcuno, ma quando questo sentimento diventa esagerato, invalidante e difficile da gestire e controllare, assume i tratti di una vera e propria patologia che necessita di essere curata.</span><br />
<span style="color: #000000;"> E’ opinione abbastanza comune e diffusa che la gelosia sia espressione dell’amore che si prova nei confronti di una persona, ma bisogna fare attenzione a sostenere aprioristicamente questa visione, perché nella maggioranza dei casi la gelosia diventa proprio ciò che conduce alla devastazione di quel rapporto che, invece, si voleva salvaguardare a tutti i costi.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Si può parlare, infatti, di amore quando la gelosia diventa una continua richiesta di rassicurazioni, spiegazioni e prove? Quando diventa una forma di controllo? Quando si trasforma in un divieto assoluto di avere una vita sociale al di fuori del rapporto di coppia? Quando si considera l’Altro come una proprietà? Quando esprime una completa e assoluta mancanza di fiducia? Non credo proprio.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Questo non è amore, è un sentimento che sfocia in un delirio ossessivo, autodistruttivo e distruttivo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Quando questa forma di gelosia viene rivolta a figure sentimentali legate al passato dei propri partner, s’innesca un processo per cui il Passato diventa Presente e minaccia il Futuro: l’ex, infatti, assume sembianze reali, come se fosse ancora parte della vita della persona amata.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La persona che sviluppa questa forma di gelosia non comprende che, in realtà, è proprio lei a dare potere a questo “fantasma”, a mitizzarlo, a mettersi su un piano di confronto, a permettergli di condizionare la relazione con l’Altro.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ma cosa nasconde questo tipo di gelosia?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">I fattori alla base di questo disturbo possono essere diversi.</span></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #000000;">La propria Autostima. Sicuramente questo disagio è supportato da una profonda insicurezza e da una scarsa considerazione di sé, un’incapacità di riconoscere il proprio valore, un’immagine distorta di se stessi, che porta a mettersi su un piano di continui confronti e paragoni dai quali si esce sempre perdenti.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">La propria Storia. Noi siamo il risultato delle esperienze che abbiamo vissuto e di come le abbiamo gestite e affrontate, perciò esperienze relazionali estremamente dolorose che ci hanno ferito e che non abbiamo sufficientemente elaborato possono mantenere meccanismi difensivi molto potenti, attivati per scongiurare la possibilità che si ripresentino nuovamente, quali la diffidenza, il controllo, ecc. Questi meccanismi soddisfano la parte emotiva, cioè quella irrazionale legata alla paura dell’abbandono, ma impediscono di acquisire in modo razionale la consapevolezza che, se portati all’estremo, possono proprio condurre a perdere la persona che si teme di perdere. Aggiungo brevemente che il nostro modo di relazionarci con gli altri, in particolare con gli “oggetti d’amore” ( termine tecnico), è il risultato della qualità della relazione con la primissima figura di attaccamento della nostra vita: cioè la persona che si è presa cura di noi. Questo tipo di relazione diventa il modello delle relazioni future e definisce il nostro stile relazionale.</span></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">E’ possibile guarire dalla Sindrome di Rebecca?</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sì, ma è necessario innanzitutto essere consapevoli che questa forma di gelosia è espressione di un malessere patologico, e non di una testimonianza dell’amore che si prova per l’Altro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">E’ fondamentale accettare che tutti, anche noi, abbiamo un Passato e che in questo Passato esistono persone alle quali siamo stati legati da sentimenti profondi, che non per questo rappresentano minacce o pericoli, ma che fanno semplicemente parte della nostra storia.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il vero problema non è legato a queste figure, con le quali s’innesca un confronto tormentato e lacerante, ma alla relazione che si ha con se stessi,  e alla profonda insicurezza rispetto a chi siamo e a quanto valiamo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Se costruiamo una buona autostima, se iniziamo a volerci bene in modo autentico e sincero, se riusciamo a fidarci dell’Altro e a vivere il Presente, comprendendo che il Passato acquista un potere solo se siamo a noi a conferirglielo, allora è possibile lasciarlo dove sta, cioè nel Passato.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Buona giornata.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dr.ssa Nadia</span></p>
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		<title>L&#8217;Aiuto: quando è soluzione e quando è parte del problema</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2016 06:15:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Tutti nel corso della nostra vita attraversiamo momenti in cui abbiamo bisogno di aiuto. Tutti nel corso della nostra vita abbiamo vissuto momenti in cui abbiamo ricevuto aiuto da qualcuno o abbiamo prestato aiuto a qualcuno. Chiedere aiuto non è un gesto di debolezza, anzi, esprime un grande senso ...</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tutti nel corso della nostra vita attraversiamo momenti in cui abbiamo bisogno di aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti nel corso della nostra vita abbiamo vissuto momenti in cui abbiamo ricevuto aiuto da qualcuno o abbiamo prestato aiuto a qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiedere aiuto non è un gesto di debolezza, anzi, esprime un grande senso di responsabilità verso se stessi e l’onestà di ammettere che in quel momento, la situazione che stiamo attraversando, è per noi troppo pesante, e che abbiamo bisogno di altre spalle che possano in parte caricarsela e rendercela meno insopportabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Andare avanti da soli, quando ci si sente in grandi difficoltà, non è un gesto di forza, ma di incoscienza e di poco amore verso se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno, infatti, si salva da solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altra parte, chi presta aiuto a qualcuno, compie un gesto di grande valore, che tuttavia non è meno esente da difficoltà e rischi, per se stesso e per l’Altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa significa aiutare davvero qualcuno?  Il termine deriva dal latino adiuvare, composto da Ad (a) Iuvare (giovare), cioè “giovare a qualcuno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Aiutare significa sostenere con i propri mezzi chi si trova in difficoltà o nell&#8217;impossibilità di fare da solo. Ma se aiutare è un atto nobile e bellissimo, che sta alla base delle relazioni umane, bisogna fare attenzione alle modalità con cui viene prestato. Generalmente, quando una persona arriva a chiedere aiuto, la situazione di sofferenza e di impasse che vive è già molto avanzata, e questo richiede che chi aiuta, in questa prima fase, si attivi in prima persona sostenendo l’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, bisognerebbe sempre monitorare il proprio livello di coinvolgimento all’interno di questa dinamica; la tentazione più grande quando si vede qualcuno in difficoltà, infatti, è quella di sostituirsi a lui/lei nella risoluzione dei suoi problemi. Siamo sicuri che questo significhi giovare davvero a quella persona? Se prendiamo il suo posto, se da una parte la solleviamo dal peso del problema, dall’altra la manteniamo in una condizione di passività e di deresponsabilizzazione rispetto alla sua vita, rimandandole un messaggio (anche se non intenzionale) di svalutazione: “faccio io perché tu non sei in grado”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero aiuto, e quello più efficace, sta nel rendere l’Altro progressivamente indipendente e autonomo, portarlo a comprendere ciò che è giusto per se stesso e quali sono le modalità più appropriate, in base a come è lui/lei ( e non in base a come siamo noi) per arrivare a metterlo in atto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se continuiamo a fare noi il suo pezzo, non lo aiutiamo più, rischiamo di diventare parte del suo problema, e crearne uno a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Aiutare significa trovare una posizione di equilibrio tra 2 estremi, né troppo coinvolti, né troppo distaccati, e comprendere quando è il momento di entrare in scena, ma soprattutto, quando arriva il momento di uscirne. per evitare che diventi una risposta più al nostro bisogno di renderci utili ed essere da questo gratificati, che non una reale necessità dell&#8217;Altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dr.ssa Nadia Mortara</p>
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		<title>I confini personali.</title>
		<link>http://www.nadiamortara.it/i-confini-personali/</link>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2016 05:47:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>I confini sono importanti. Senza di essi la nostra esistenza sarebbe un caos.(Come talvolta accade)I confini sono quelle linee ideali che tracciano il nostro spazio (esteriore ed interiore), e lo delimitano, consentendoci di respingere gli attacchi provenienti dall’esterno, di preservare la nostra i...</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #1d2129;">I confini sono importanti. Senza di essi la nostra esistenza sarebbe un caos.(Come talvolta accade)</span><br style="color: #1d2129;" /><span style="color: #1d2129;">I confini sono quelle linee ideali che tracciano il nostro spazio (esteriore ed interiore), e lo delimitano, consentendoci di respingere gli attacchi provenienti dall’esterno, di preservare la nostra integrità fisica ed emotiva, di ristabilire gli equilibri tra il dare e il ricevere. </span><br style="color: #1d2129;" /><span style="color: #1d2129;">I confini servono per “istruire” le persone che ci circondano su come desideriamo e meritiamo</span><span class="text_exposed_show" style="color: #1d2129;"> essere trattati, e inviano un chiaro messaggio all’esterno rispetto a quali comportamenti ed atteggiamenti consideriamo accettabili.<br />
Definire i nostri confini è un atto necessario di amore e considerazione verso noi stessi. Quando permettiamo agli altri di invadere il nostro spazio ( e questo può avvenire in diversi modi), non ci stiamo rispettando e lasciamo che gli altri, allo stesso modo, non ci rispettino.<br />
Ma è importante anche sapere che i confini non devono essere rigidi, non devono essere dei muri invalicabili che ci isolano dal mondo e dalle persone che stanno fuori, delle barriere che ci bloccano e che ci impediscono di vivere, ma devono adattarsi e ridefinirsi in base alle circostanze e ai cambiamenti che affrontiamo nel corso della vita.<br />
I confini servono a proteggerci e a rispettarci, non a intrappolarci.<br />
Le distanze sono necessarie, ma non sono finalizzate ad isolarci dal mondo, bensì ad aiutarci a relazionarci con esso in modo più equilibrato.</span></p>
<p>Dr.ssa Nadia Mortara</p>
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		<title>Che rabbia!!</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2016 15:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La rabbia è un&#8217;emozione umana naturale, e come tutte le emozioni ha delle funzioni regolative importanti. Essere arrabbiati non rappresenta sempre una condizione negativa. In certi casi, infatti, la rabbia può aiutarci a difenderci e a reagire in quelle situazioni in cui sentiamo di subire off...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La rabbia è un&#8217;emozione umana naturale, e come tutte le emozioni ha delle funzioni regolative importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere arrabbiati non rappresenta sempre una condizione negativa. In certi casi, infatti, la rabbia può aiutarci a difenderci e a reagire in quelle situazioni in cui sentiamo di subire offese e ingiustizie. Quando però è costante, eccessiva e prevaricante, diventa controproducente e dannosa. Se siamo sempre arrabbiati, infatti, se abbiamo la tendenza a manifestare la rabbia in modo esplosivo, o al contrario, se la reprimiamo, rischiamo di sviluppare sintomi che compromettono la nostra salute sia sul piano fisico (problemi cardiaci, articolari, emicranie) sia psicologico (ansia, depressione, insonnia, ecc).</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario affrontare e gestire la rabbia, imparando ad esprimerla in modo che non distrugga noi stessi, né tantomeno chi ci circonda. Perchè tutti sappiamo che quando si distrugge è poi molto difficile ricostruire.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo passo è comprendere la nostra rabbia, ponendoci alcune domande: perché sono arrabbiato? Con chi? Ho compreso bene la situazione o forse ho interpretato in modo errato?</p>
<p style="text-align: justify;">La rabbia che provo è sana o mi porta a perdere il controllo, sconfinando in un’aggressività sul piano verbale e/o fisico che ha un impatto negativo sulle mie relazioni personali, lavorative e sulla mia salute? Cosa o chi mi fa arrabbiare più spesso?</p>
<p style="text-align: justify;">La rabbia è il risultato di pensieri scatenanti specifici, che dipendono dalla storia e dal vissuto di ognuno di noi, ma che su un piano più generale sono riconducibili a motivazioni comuni: la frustrazione, la delusione, la sensazione che qualcosa o qualcuno ci stia danneggiando, sfruttando, trascurando o mancando di rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere la nostra rabbia è fondamentale “ricostruire la sua storia”, analizzando le modalità con cui veniva espressa all’interno della nostra famiglia di origine. Il modo in cui i nostri genitori e altri familiari hanno espresso la rabbia in passato influenza significativamente la nostra modalità di gestire questa emozione. I bambini, infatti, interiorizzano i modelli comportamentali ed emozionali delle figure di riferimento, principalmente dei genitori, che gli forniscono gli strumenti necessari per affrontare la vita. Come esprimevano la propria rabbia i membri della nostra famiglia quando eravamo bambini? I nostri genitori lo facevano apertamente, o reprimevano quell&#8217;emozione? Reprimere la rabbia, infatti, è tanto insano quanto esternarla in modo eccessivo; quando viene trattenuta a lungo, è un&#8217;emozione che consuma lentamente e ferisce più la persona che la prova che quella verso la quale è diretta.</p>
<p style="text-align: justify;">In altri casi la rabbia diventa il modo di reagire ad eventi che richiamano una ferita primaria legata al nostro passato, che si ripresenta ricorsivamente nel corso della nostra vita, in forme diverse, chiedendoci di essere guarita. Ad esempio, la fine di una relazione può scatenare la rabbia legata ad un senso di perdita o ad un abbandono subito nel passato, e mai elaborato.</p>
<p>Solo individuando l’origine di questa rabbia, cercando di capire cosa e chi, nello specifico, ci aveva feriti, ci consente di confrontarci con essa e iniziare a stare meglio.</p>
<p>E dopo la consapevolezza è necessario imparare a gestire la nostra rabbia. Come?</p>
<p>Prossimamente..</p>
<p>Dr.ssa Nadia Mortara</p>
<p>Psicologa psicoterapeuta</p>
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