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	<title> &#187; ansia</title>
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	<description>La felicità dipende dalla qualità dei pensieri</description>
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		<title>Quando i bambini non vogliono andare a scuola&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 05:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Sostegno psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[problemi di apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto scolastico]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Succede spesso che i bambini non vogliano andare a scuola. Se questo tipo di atteggiamento  si limita ad occasioni saltuarie è assolutamente normale; infatti, se ci pensiamo, come capita a noi adulti di non avere voglia di andare al lavoro, così può succedere ai bambini di non avere voglia di andare...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Succede spesso che i bambini non vogliano andare a scuola. Se questo tipo di atteggiamento  si limita ad occasioni saltuarie è assolutamente normale; infatti, se ci pensiamo, come capita a noi adulti di non avere voglia di andare al lavoro, così può succedere ai bambini di non avere voglia di andare a scuola (a chi non è mai capitato?).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando però il rifiuto scolastico diventa un atteggiamento costante, che viene lamentato dal bambino anche con la presenza di sintomi fisici (mal di testa, mal di pancia, ecc) è opportuno approfondire la questione e indagare le reali motivazioni alla base di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto è bene accertarsi che non siano presenti cause organiche che giustifichino la presenza di questi sintomi ; se questi malesseri continuano, allora potrebbe trattarsi di disturbi di origine psichica, come forme depressive o ansiose, o disagi legati a qualche problema esterno che ha innescato nel bambino una reazione di rifiuto ed evitamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando parlo di problema esterno non intendo necessariamente qualcosa di tremendo o catastrofico: a volte un episodio che per noi è assolutamente banale, come un litigio con il compagno di banco, le difficoltà in qualche materia o il modo di relazionarsi di una maestra possono apparire agli occhi del bambino come problemi insormontabili che gli procurano paura, tristezza e malessere. Per questo è necessario aiutare il bambino a verbalizzare le sue emozioni, ascoltarlo senza sminuire o ridicolizzare (ma neanche esagerare) né il suo disagio, né la causa che lo ha generato, mostrando comprensione e aiutandolo  ad attribuire un significato diverso a ciò che lo preoccupa tanto, trovando insieme soluzioni che gli permettano di gestire e affrontare meglio questa situazione. La consapevolezza di trovare nei genitori comprensione, ascolto e aiuto predispone più facilmente un bambino ad aprirsi e a parlare di come si sente e di cosa lo preoccupa o lo spaventa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rifiuto della scuola può essere motivato da diversi eventi che hanno un impatto diverso sul bambino a seconda della sua sensibilità.Tra i più comuni troviamo</p>
<ul>
<li><em>“Ansia da separazione”</em> , legata alla difficoltà ad allontanarsi dai genitori o alla paura di essere abbandonato da loro. L’ansia da separazione comporta una sintomatologia invalidante sul piano sociale ed emotivo che è opportuno trattare;</li>
<li>Lunghe assenze dovute a  periodi di malattia che portano il bambino a restare indietro con i compiti, creando difficoltà a mettersi in pari coi compagni e a riabituarsi ai ritmi di un’assidua e normale frequenza scolastica;</li>
<li>L<em>’ intolleranza alle regole</em> dell’ambiente scolastico, soprattutto quando il bambino vive in un contesto familiare troppo permissivo, in cui gli è concesso di fare qualsiasi cosa senza limitazioni (le regole non solo sono importanti, ma necessarie!).</li>
<li style="text-align: justify;">Episodi di <em>bullismo</em> nel contesto scolastico che spaventano e intimidiscono  il bambino innescando una reazione di evitamento; in questo caso è opportuno parlare con il figlio, accogliere il suo disagio, insegnargli a difendersi e allertare gli insegnanti rispetto alla situazione.</li>
<li style="text-align: justify;">Disagi dovuti alla difficoltà di relazionarsi con gli altri bambini a causa della timidezza o della <em>scarsa capacità di socializzazione</em>, soprattutto se si tratta di bambini cresciuti in contesti con limitate possibilità di interazioni con l’esterno; per questo è bene che ogni bambino faccia esperienze di socializzazione in diversi ambienti (non solo quello scolastico e familiare), in modo da potenziare la sua capacità di instaurare e mantenere relazioni con i coetanei.</li>
<li style="text-align: justify;"><em>Problemi di apprendimento</em> non diagnosticati, che fanno sentire il bambino incapace di svolgere i compiti allo stesso modo dei compagni di classe, generando in lui un senso di impotenza e frustrazione, e minando la sua autostima.</li>
<li style="text-align: justify;"><em>Ansia da “performance”</em>, ovvero il bambino può sentirsi caricato di eccessive aspettative (da parte di sé stesso, dei genitori, degli insegnanti) o pressato dal confronto con i compagni, vivendo in modo stressante e con angoscia i risultati scolastici.</li>
<li style="text-align: justify;"><em>Sindromi depressive</em>; in questo caso si tratta di un disagio più profondo e radicato, non sempre legato a cause esterne. A differenza di quanto si possa pensare, infatti, queste patologie colpiscono non solo la popolazione adulta, ma anche quella infantile,  ed è assolutamente necessario che vengano indagate e adeguatamente trattate.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Qualunque sia la causa alla base del rifiuto scolastico, la prima cosa da fare è questa: parlate coi vostri figli, ascoltateli, osservateli. Anche quando non parlano i bambini comunicano il loro disagio in altri modi ed è compito dei genitori riuscire a comprenderli. Se si tratta di un problema di una certa gravità che non può essere risolto facilmente, non abbiate il timore di chiedere l’aiuto e la collaborazione degli insegnanti,  dei coetanei e delle figure competenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Che ansia!!</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Aug 2014 13:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Individuo]]></category>
		<category><![CDATA[Sostegno psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“Che ansia”! Quante volte ci è capitato di pronunciare questa esclamazione? Quante volte l’abbiamo sentita pronunciare da chi ci sta vicino? L’ansia è una condizione talmente diffusa che è ragionevole pensare che questo termine sia uno dei più utilizzati del nostro tempo. Una larga parte di noi, inf...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Che ansia”! Quante volte ci è capitato di pronunciare questa esclamazione? Quante volte l’abbiamo sentita pronunciare da chi ci sta vicino?<br />
L’<strong>ansia</strong> è una condizione talmente diffusa che è ragionevole pensare che questo termine sia uno dei più utilizzati del nostro tempo.<br />
Una larga parte di noi, infatti, ha avuto o potrebbe avere un <strong>disturbo d’ansia</strong> nel corso della propria vita; perfino Charlie Brown, celebre personaggio dei Peanuts, affermava di essere talmente ansioso che anche le sue ansie avevano l’ansia.<br />
L’ansia è uno stato emotivo che ben rappresenta i tempi moderni, caratterizzati dalla frenesia, dall’impossibilità di fermarsi e rallentare, dalla difficoltà di scrollarsi di dosso quel sovraccarico di impegni che ormai scandiscono inesorabilmente la nostra vita quotidiana.<br />
Dare una definizione univoca di questo stato risulta molto difficile poiché i sintomi con i quali si manifesta variano da persona a persona.<br />
L’<strong>ansia</strong> di per sé, tuttavia, non è un fenomeno anormale; si tratta di un’emozione di base che comporta uno stato di attivazione dell’organismo di fronte ad una situazione che viene percepita soggettivamente come pericolosa. L’<strong>ansia</strong>, quindi, contrariamente a quanto si pensi di solito, se si presenta in forma leggera non costituisce un limite o un disturbo, ma un importante meccanismo adattivo perché rappresenta una condizione fisiologica utile in molti momenti della vita per proteggerci dai rischi, mantenere lo stato di allerta e migliorare le nostre performance (ad es., sotto esame).<br />
Quando invece raggiunge livelli eccessivi comporta un serio disagio, sia a livello psicologico che fisiologico, e interferisce con il normale “funzionamento” della persona, rendendo gravosi anche quei compiti legati alla sfera quotidiana, come andare al lavoro o accudire i figli.<br />
Ciò che distingue un’<strong>ansia “sana”</strong> da un’<strong>ansia “patologica&#8221;</strong> non è tanto la tipologia dei sintomi quanto il grado d’intensità e di cronicità con cui questi vengono esperiti.<br />
L’<strong>ansia</strong> si manifesta sul piano <strong>fisiologico</strong> con sintomi cardiocircolatori, gastrointestinali, endocrinologici, respiratori e neurovegetativi, sul piano <strong>cognitivo</strong> con una tendenza a valutare in modo irrazionale e catastrofico gli eventi (a cui conseguono reazioni emotive disadattive), e sul piano <strong>comportamentale</strong> con risposte di <strong>fuga</strong> ed <strong>evitamento</strong> della situazione temuta, che non fanno altro che rinforzare e cronicizzare la risposta ansiosa.<br />
Secondo il <strong>modello cognitivo di Beck</strong> le sindromi ansiose, così come altri disturbi di natura psicologica, sarebbero riconducibili agli <strong>schemi mentali</strong> che utilizziamo per organizzare la nostra visione della realtà e di noi stessi, che vengono appresi nel corso dell’infanzia sia attraverso le esperienze dirette che tramite il contatto con i principali agenti di socializzazione (famiglia, scuola, coetanei).</p>
<p style="text-align: justify;">Questi schemi possono venire modificati o rimodellati in età adulta, ma se diventano rigidi, impermeabili e generatori di pensieri, credenze e convinzioni irrazionali e distorte di sé e degli eventi (es. convinzione di non potere mai sbagliare, convinzione di dover essere approvati da tutti, convinzione di non avere valore, convinzione di non potersi fidare degli altri, ecc.) allora provocano risposte emotive e comportamentali disadattive e disfunzionali .<br />
Che fare allora per debellare o quantomeno imparare a gestire adeguatamente il problema? Innanzitutto è opportuno comprendere quale ruolo assume l’<strong>ansia</strong> nel contesto della persona, cioè, cosa questo sintomo vuole comunicare (come si dice “<strong>il sintomo è una metafora</strong>”…), se rappresenta una modalità generalizzata di reagire “disfunzionalmente” alle criticità oppure se è legata in modo specifico a particolari situazioni della vita del soggetto, e quali sono i pensieri che la alimentano e la sostengono.<br />
È fondamentale, inoltre, apprendere modelli d’interpretazione alternativa degli eventi, che siano più funzionali, flessibili e adattivi perché non sono tanto gli eventi in sé a provocare la risposta ansiosa quanto la modalità del soggetto di valutarli in modo rigido, catastrofico, assoluto ed irrazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">
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