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	<title> &#187; psicologia</title>
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	<description>La felicità dipende dalla qualità dei pensieri</description>
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		<title>Se è dipendenza non è amore</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2019 13:43:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il celebre psicanalista Carl Gustav Jung scrisse: &#8220;Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico o l&#8217;alcool o la morfina o l&#8217;idealismo.&#8221;. Se qualsiasi dipendenza è cattiva, lo è anche quella sviluppata nei confronti di una persona o di un sentimento. Molte re...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il celebre psicanalista Carl Gustav Jung scrisse:</strong><br />
<strong> &#8220;Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico o l&#8217;alcool o la morfina o l&#8217;idealismo.&#8221;.</strong><br />
<a href="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/56301808_1142011399338844_3737038713398493184_n.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4017" src="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/56301808_1142011399338844_3737038713398493184_n-216x300.jpg" alt="56301808_1142011399338844_3737038713398493184_n" width="216" height="300" /></a><br />
<strong>Se qualsiasi dipendenza è cattiva, lo è anche quella sviluppata nei confronti di una persona o di un sentimento.</strong><br />
<strong> Molte relazioni, infatti, si costruiscono e si mantengono nel tempo non grazie all&#8217;amore, al desiderio, alla stima,</strong><br />
<strong> al rispetto, alla voglia autentica di stare insieme, ma attraverso la dipendenza o la co-dipendenza che si sviluppa fra i partner.</strong><br />
<strong> Spesso Amore e dipendenza vengono erroneamente e pericolosamente confusi; dove esiste l&#8217;uno non può esistere l’altro.<br />
Amore e dipendenza sono avversari; se coesistono, ci distruggono.</strong></p>
<p><strong> Se questo capita, anche se la relazione continua, l’amore si oscura e si sottomette alla dipendenza.</strong><br />
<strong> La dipendenza sembra amore, ma in realtà è il suo esatto contrario; dipendenza significa che io esisto solo in funzione di te, che la mia vita è dedicata e, aggiungerei, &#8220;sacrificata&#8221; alla tua, che tu sei più importante di tutto, anche e soprattutto di me stessa.</strong><br />
<strong> La mia felicità, la mia tristezza, la mia rabbia, le mie scelte, i miei pensieri sono legati e condizionati da ciò che tu provi, pensi e fai.</strong><br />
<strong> Quando una relazione assume queste caratteristiche diventa malsana e distruttiva, perchè non ci aiuta a valorizzare e ad esprimere chi siamo, ma annienta e distrugge totalmente la nostra identità, e perchè ci porta a tollerare in modi anche rischiosi qualsiasi situazione, qualsiasi atteggiamento o comportamento da parte dell&#8217;altro pur di tenerlo vicino a noi.</strong><br />
<strong> Quando si dipende da qualcuno si diventa ossessionati da lui, e le ossessioni sono quasi sempre originate dalla paura. Paura di cosa? Paura di restare soli, paura di non farcela ad affrontare la propria vita senza l&#8217;altro, paura dell&#8217;abbandono, di sentirsi rifiutati e quindi confermati nella propria convinzione di non valere nulla, paura che i sacrifici che si fanno per l&#8217;altro non siano mai abbastanza, con una conseguente e graduale abnegazione a favore suo.</strong><br />
<strong> Le relazioni basate sulla dipendenza riattivano dinamiche relazionali legate al passato, ai rapporti cioè con le figure significative della nostra infanzia.</strong><br />
<strong> La dipendenza, infatti, non dà una spinta progressiva alla relazione, non ci aiuta a crescere, a maturare, ad evolvere, non permette, cioè, di diventare &#8220;adulti&#8221; e autonomi, ma ci mantiene in una posizione regressiva,</strong><br />
<strong> cioè quella dei bambini che siamo stati.</strong><br />
<strong> Se vi siete ritrovati in questa breve descrizione, se qualcosa è risuonato dentro di voi, è importante fermarsi un attimo a riflettere, iniziando a vedere e a chiamare la realtà con il suo nome, senza trovare alibi o raccontarsi storielle.</strong><br />
<strong> Una relazione di questo tipo non può aiutare a colmare il vuoto e la fame che si sente dentro il cuore, anzi, porterà il cuore ad avere sempre più fame e a chiedere sempre più cibo.</strong><br />
<strong> Ma bisogna fare attenzione al &#8220;cibo&#8221; con cui ci sfamiamo: se non è sano, se è avariato, può intossicarci, fino alla morte.</strong><br />
<strong> Solo noi possiamo colmare quel buco che abbiamo dentro; imparare a volersi bene, a dire &#8220;io sono importante&#8221; è un ottimo modo per farlo.</strong></p>
<p><strong>Dr.ssa Nadia</strong></p>
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		<title>Quando si chiude una porta.</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2019 13:27:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Lo scienziato Albert Einstein ha scritto: “Quando si chiude una porta, si può riaprire di nuovo, perché di solito è così che funzionano le porte.” Verissimo, quando una porta si è chiusa non è detto che non si possa riaprire. Tuttavia (chiedo perdono ad Einstein se mi permetto di aggiungere una punt...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/57168416_1144678402405477_8325047088224141312_n.jpg"><img class="aligncenter wp-image-4013 size-full" src="http://www.nadiamortara.it/wp-content/uploads/2019/05/57168416_1144678402405477_8325047088224141312_n.jpg" alt="57168416_1144678402405477_8325047088224141312_n" width="480" height="480" /></a><br />
Lo scienziato Albert Einstein ha scritto:<br />
“Quando si chiude una porta, si può riaprire di nuovo, perché di solito è così che funzionano le porte.”</p>
<p>Verissimo, quando una porta si è chiusa non è detto che non si possa riaprire.<br />
Tuttavia (chiedo perdono ad Einstein se mi permetto di aggiungere una puntualizzazione), se una porta si è chiusa e continua a restare impassibilmente chiusa davanti a noi nonostante tutti i nostri tentativi di riaprirla, forse dovremmo riconsiderare le nostre possibilità di farlo, e soprattutto i motivi che ci spingono ad opporre questa crescente, ostinata ed estenuante resistenza nel volerla aprire.<br />
Qualcuno vorrebbe riaprirla perché magari lì dietro ha vissuto una grande felicità, oppure perché è l’unica porta che già conosce, e per questo fa molta meno paura e richiede molto meno sforzo che aprire una porta sconosciuta e vedere cosa c’è dietro.<br />
E’ importante che ognuno faccia ciò che sente e ciò di cui sente il bisogno, questo è indiscutibile, perché ognuno di noi ha i propri tempi per vedere, riflettere, comprendere e scegliere.<br />
Queste mie riflessioni, infatti, non servono a dare istruzioni o ad insegnare ciò che si dovrebbe fare (me ne guardo bene dal farlo…), perché ognuno (psicologhe e psicologi inclusi) ha il proprio percorso ed è responsabile della propria vita, con tutto ciò che questo comporta.<br />
Queste riflessioni vorrebbero solamente aiutare a “rifletterci&#8221;, a vedere e a vedersi con più chiarezza.<br />
Se vogliamo stare davanti ad una porta che non si apre e che forse continuerà a restare a chiusa, va benissimo,<br />
è una scelta nostra, ma dobbiamo farlo con la consapevolezza che stiamo facendo quella scelta ben precisa,<br />
che esclude altre possibilità, rispetto alla quale dobbiamo assumerci le nostre responsabilità ed evitare di autocommiserarci in seguito.<br />
Spesso stiamo in piedi immobilizzati davanti a queste porte chiuse, dietro le quali ci sono persone, relazioni, situazioni che ci hanno fatto del male o che, più semplicemente, non sono più adatte e compatibili con noi. Stiamo lì pur sapendolo, e allo stesso tempo ci lamentiamo perché la Vita non ci offre altre possibilità.<br />
Non è la Vita che non ci offre altre possibilità, siamo noi che molto spesso non spostiamo lo sguardo e non vediamo che oltre alla porta chiusa che continuiamo a fissare ce n’è un’altra che potrebbe aprirsi, e che forse ci sta chiedendo di farlo…<br />
Dr.ssa Nadia</p>
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		<title>L&#8217;Aiuto: quando è soluzione e quando è parte del problema</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2016 06:15:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Tutti nel corso della nostra vita attraversiamo momenti in cui abbiamo bisogno di aiuto. Tutti nel corso della nostra vita abbiamo vissuto momenti in cui abbiamo ricevuto aiuto da qualcuno o abbiamo prestato aiuto a qualcuno. Chiedere aiuto non è un gesto di debolezza, anzi, esprime un grande senso ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tutti nel corso della nostra vita attraversiamo momenti in cui abbiamo bisogno di aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti nel corso della nostra vita abbiamo vissuto momenti in cui abbiamo ricevuto aiuto da qualcuno o abbiamo prestato aiuto a qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiedere aiuto non è un gesto di debolezza, anzi, esprime un grande senso di responsabilità verso se stessi e l’onestà di ammettere che in quel momento, la situazione che stiamo attraversando, è per noi troppo pesante, e che abbiamo bisogno di altre spalle che possano in parte caricarsela e rendercela meno insopportabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Andare avanti da soli, quando ci si sente in grandi difficoltà, non è un gesto di forza, ma di incoscienza e di poco amore verso se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno, infatti, si salva da solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altra parte, chi presta aiuto a qualcuno, compie un gesto di grande valore, che tuttavia non è meno esente da difficoltà e rischi, per se stesso e per l’Altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa significa aiutare davvero qualcuno?  Il termine deriva dal latino adiuvare, composto da Ad (a) Iuvare (giovare), cioè “giovare a qualcuno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Aiutare significa sostenere con i propri mezzi chi si trova in difficoltà o nell&#8217;impossibilità di fare da solo. Ma se aiutare è un atto nobile e bellissimo, che sta alla base delle relazioni umane, bisogna fare attenzione alle modalità con cui viene prestato. Generalmente, quando una persona arriva a chiedere aiuto, la situazione di sofferenza e di impasse che vive è già molto avanzata, e questo richiede che chi aiuta, in questa prima fase, si attivi in prima persona sostenendo l’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, bisognerebbe sempre monitorare il proprio livello di coinvolgimento all’interno di questa dinamica; la tentazione più grande quando si vede qualcuno in difficoltà, infatti, è quella di sostituirsi a lui/lei nella risoluzione dei suoi problemi. Siamo sicuri che questo significhi giovare davvero a quella persona? Se prendiamo il suo posto, se da una parte la solleviamo dal peso del problema, dall’altra la manteniamo in una condizione di passività e di deresponsabilizzazione rispetto alla sua vita, rimandandole un messaggio (anche se non intenzionale) di svalutazione: “faccio io perché tu non sei in grado”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero aiuto, e quello più efficace, sta nel rendere l’Altro progressivamente indipendente e autonomo, portarlo a comprendere ciò che è giusto per se stesso e quali sono le modalità più appropriate, in base a come è lui/lei ( e non in base a come siamo noi) per arrivare a metterlo in atto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se continuiamo a fare noi il suo pezzo, non lo aiutiamo più, rischiamo di diventare parte del suo problema, e crearne uno a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Aiutare significa trovare una posizione di equilibrio tra 2 estremi, né troppo coinvolti, né troppo distaccati, e comprendere quando è il momento di entrare in scena, ma soprattutto, quando arriva il momento di uscirne. per evitare che diventi una risposta più al nostro bisogno di renderci utili ed essere da questo gratificati, che non una reale necessità dell&#8217;Altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dr.ssa Nadia Mortara</p>
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		<title>La profezia che si autoavvera&#8230;.</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2015 09:25:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[profezia che si autoavvera]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mai sentito parlare della “profezia che si autoavvera”? Che cos’è? Nel 1948 il sociologo Robert Merton definì  questo fenomeno psicologico come “una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in t...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mai sentito parlare della “<em>profezia che si autoavvera</em>”? Che cos’è?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1948 il sociologo Robert Merton definì  questo fenomeno psicologico come “<em>una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo questa teoria la nostra visione della realtà costruisce la nostra realtà, e quindi le nostre credenze e le nostre aspettative ci inducono ad atteggiarci e a comportarci in modo tale da farle avverare. Ciò può avvenire sia attraverso la selezione di informazioni che confermino le nostre idee di partenza, sia attraverso l’atteggiamento adottato, che va ad incidere sulla situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, se io credo che una persona mi sia ostile interpreterò tutti i suoi comportamenti per confermare la mia teoria, e a mia volta sarò fredda ed ostile nei suoi confronti che, a sua volta, si comporterà di conseguenza, confermando così la mia credenza sul suo conto.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo meccanismo funziona anche quando è rivolto a noi stessi. Quando pensiamo che ci capiterà qualcosa di negativo ci comportiamo come se fosse vero e spesso ci autosabotiamo e ostacoliamo la realizzazione di eventi positivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando  le nostre credenze sono legate ad aspettative positive che ci portano ad avere fiducia in noi stessi e nelle situazioni future  ci disponiamo automaticamente ad attivare atteggiamenti e comportamenti  finalizzati a farle avverare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, in conclusione, è sempre meglio pensare positivamente..</p>
<p style="text-align: justify;">Dr.ssa Nadia Mortara</p>
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		<title>L&#8217;esperienza del Lutto: significato ed eleborazione</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2014 14:06:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Dott.ssa Nadia Mortara]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sostegno psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi comportamento]]></category>
		<category><![CDATA[elaborazione del lutto]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[psicologa psicoterapeuta mantova]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il lutto è il sentimento di intenso dolore che si prova per la perdita, in genere, di una persona cara. Questo evento fortemente traumatico può essere superato solo attraverso un profondo lavoro di rielaborazione emotiva dei significati, dei vissuti e dei processi sociali legati alla perdita dell’”o...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il <strong>lutto</strong> è il sentimento di intenso dolore che si prova per la perdita, in genere, di una persona cara.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo evento fortemente traumatico può essere superato solo attraverso un profondo lavoro di rielaborazione emotiva dei significati, dei vissuti e dei processi sociali legati alla perdita dell’”oggetto relazionale&#8221;, ovvero della persona con la quale si era sviluppato un legame affettivo significativo, interrotto dal decesso della stessa. Generalmente, quando si parla di lutto si pensa sempre ad una situazione nella quale muore qualcuno a cui siamo affezionati, ma nell’essere umano questa sensazione di perdita non si collega solo a questo particolare evento, ma a moltissime altre condizioni che comportino un distacco affettivo e relazionale e che creino sofferenza e un forte impatto psicologico e/o modifica nella vita della persona che li subisce, come allontanamenti di persone care o cambiamenti forzati di stili di vita significativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il processo di elaborazione varia per durata e complessità da persona a persona, sulla base dell’intensità del legame affettivo esistente con l’oggetto della perdita e sulla presenza/assenza di fattori “a rischio” che possono rendere più difficile e complesso il normale percorso di adattamento alla nuova situazione. Si definisce &#8220;lutto complicato&#8221; il lutto la cui elaborazione viene interrotta, profondamente rallentata o bloccata, per l&#8217;impossibilità sostanziale di accettare il significato emotivo della perdita relazionale; in tal caso, il disagio o il dolore emotivo acuto che accompagna normalmente ogni lutto, può ampliarsi fino ad assumere forme psicopatologiche. (<strong>sindromi depressive, ansia, disturbi del comportamento alimentare, somatizzazioni</strong>) e perdurare oltre il normale e fisiologico periodo di elaborazione dell’esperienza di perdita.</p>
<p style="text-align: justify;">La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross ha individuato 5 fasi che corrispondono alle dinamiche mentali ed emotive più frequenti della persona che vive un lutto, inteso non solamente in senso letterale (morte), ma anche affettivo e relazionale (separazione, abbandono, trasloco, cambiamento di lavoro, passaggi nelle fasi del ciclo di vita, ecc.):</p>
<p style="text-align: justify;">1. la prima fase, della negazione, consiste in un rifiuto della realtà: si tratta di un meccanismo di difesa attivato dal soggetto per proteggersi dall’impatto devastante che il distacco dalla persona amata ha provocato sul piano psicologico ed emotivo; 2. nella seconda fase, quando si inizia a realizzare che si è verificata una perdita, emerge un profondo senso di rabbia, generalmente diretto alla persona che ci ha lasciato, ma anche a chi ci circonda, famigliari ed amici; 3. la terza fase della negoziazione è caratterizzata dai tentativi di reagire all’impotenza, cercando delle risposte o trovando soluzioni per spiegare o analizzare l’accaduto; 4. nella quarta fase, la depressione, avviene il crollo emotivo, ci si rende conto dell’ineludibilità e dell’ impossibilità di modificare gli eventi accaduti e ci si arrende emotivamente e razionalmente alla situazione; 5. la quinta ed ultima fase corrisponde alla risoluzione del processo di elaborazione del lutto e consiste nell’accettazione della perdita; ciò non significa che siano assenti momenti di depressione o di rabbia, ma queste emozioni si presentano con intensità lieve o moderata e s’inscrivono comunque in un quadro mentale di riconciliazione con la realtà. La persona inizia a riorganizzare la sua vita, a pianificare il futuro, adattandosi alla nuova situazione successiva alla perdita e collocando in modo funzionale l’ “oggetto relazionale” perduto nella sua esistenza.</p>
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